Amir Yeke_The Color of Space: testo critico di Gilberto Isella

Il giorno 23 novembre 2016 alle ore 18.00 la galleria Il Raggio ha presentato “The Color of Space” mostra personale dell’artista Amir Yeke. La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2016.
Durante la serata di inaugurazione lo scrittore e critico Gilberto Isella ha presentato il lavoro dell’artista iraniano.
“Penso che sia giusto far conoscere Amir a Lugano e nella Svizzera italiana, un territorio che, pur rivendicando la sua autonomia culturale, è ormai per lunga consuetudine aperto agli scambi, agli incontri tra culture differenti e non solo nell’ambito europeo.
Detto questo, sarebbe opportuno aprire una riflessione sul caso particolare di Amir, un artista iraniano capace di coniugare il patrimonio figurativo d’origine con i canoni più aggiornati dell’estetica occidentale. Soprattutto con l’astrattismo e le sue problematiche derive. Oriente e Occidente, dunque.
Nella nativa Teheran (anno di nascita 1973) Amir conduce il suo periodo di formazione, un apprendistato nel campo dell’arte ma gremito di letture letterarie e filosofiche, di ascolti musicali e altro ancora. Poi è la volta dell’Armenia, dove trascorre cinque anni che gli consentono di avvicinare una cultura antica, fatta di molteplici intersezioni e non meno stimolante di quella assimilata in patria. Ma l’Armenia gli offre anche l’opportunità di approfondire la conoscenza della civiltà cristiana; ricordo di sfuggita la ricchezza iconografica delle chiese pre-romaniche disseminate nel Paese. Un ponte, diciamolo pure, tra l’Iran sciita e la Roma cattolica, città dove risiede tuttora dopo esservisi trasferito nel 2007 e aver completato la sua formazione accademica. Amir è anche un po’ latino, ma sarebbe meglio definirlo un artista del mondo.
E veniamo al suo lavoro. Al primo approccio di un’opera artistica siamo d’abitudine colpiti da alcuni momenti distintivi, che ne rappresentano il marchio di fabbrica e ne lasciano scorgere la progettualità globale. Io ne ho individuati due. Il primo è la forza, la spinta (quella che in latino veniva chiamata impetus e che sorge dal profondo dell’Io). Il secondo è la magnificenza del colore. Che il dispositivo visivo di Amir sia dominato dal fattore energetico sarebbe difficile negarlo. Quel suo dinamismo dirompente investe l’occhio dello spettatore, quasi per sfida. Impossibile resistere a tale pronunciata gestualità dell’atto pittorico, in cui non solo la mano ma l’intero corpo – un corpo vulcano – pare coinvolto. Di fronte a chi guarda, come su una sorta di scena teatrale cosmica, qualcosa vortica: è un convulso susseguirsi e complicarsi di intrecci, grafismi, bande cromatiche di varie intensità. Come se un cumulo di passioni e di sguardi interrogativi sull’esistente volesse ripresentarsi in statu nascendi, raccontare cioè la propria genesi (molti titoli di Amir si richiamano infatti alla “creazione” e alla “sorgente”). Una mitologia privata che si squaderna nelle sembianze di tracce germinali o conati spermatici, colti per così dire sotto lenti di ingrandimento e tra loro fittamente interconnessi. Il respiro del tutto sedimentato in una materia sottile e inquieta, fino a configurare uno spazio poroso e privo di bordi, percorso da fremiti creaturali. Più che spazio prospettico vorrei chiamarlo spazio-evento. L’evento dell’oceano o della selva primaria: l’ingens silva come veniva denominata dai latini, la grande foresta della vita.
L’evento insomma dell’ “abbondanza”, secondo quanto suggerisce il titolo di un’opera. Quell’abbondanza, quello straripamento dai limiti che custodisce però in sé l’ombra dell’horror vacui, paura del vuoto e presagio della fine. Lo proverebbero certo grumi di nero che sulla tela incrociano i gorghi. La morte è sempre la faccia nascosta della vita. Ma se da un lato questo scenario sembra debordare dalla tela, quasi a sottolineare l’inesauribilità del processo in corso, dall’altro lato, per ciò che concerne l’intelaiatura scenica effettiva, esso persegue con ostinazione una ricerca purchessia d’ordine, di equilibrio. Come se l’informe tendesse con ostinazione a recuperare forme embrionali ad esso soggiacenti e desiderose di imporsi. Il cerchio, la spirale, forme dominate dalla curva e dalla svolta, moduli in procinto di riprodurre il creato come “Labirinto di Equilibrio”. Una condizione quasi insostenibile per la ragione umana, eppure un rischio che l’artista, affascinato da geometrie irrazionali, volentieri affronta.
L’energia di cui ho parlato sarebbe tuttavia inconcepibile senza l’apporto del colore. Il colore è nell’arte visiva un operatore cinetico essenziale, il demone delle mutazioni. Lo sapevano i futuristi, in particolare Balla, e oggi ce lo ricorda Gerhard Richter, lungo una linea che da Klee porta all’ École de Paris. Anche per Amir lo spettro cromatico, esibito in tutta la sua ricchezza, diventa la giostra delle metamorfosi, oltre che l’oscillografo delle emozioni e dei moti dell’inconscio. Esso crea ritmi e armonie, grazie al ripetersi e al reciproco confrontarsi di determinate tonalità, oppure dà vita a contrasti e dissonanze. Spesso il bianco fa da collante agli intrecci, o produce profondità di campo e inabissamenti, accennando a spazi ulteriori. Ecco allora profilarsi una sorta di orizzonte mobile e trasversale, attraverso cui si può leggere l’aspirazione verso una luminosa e fibrillante totalità.
Ma c’è di più, poiché nella composizione astratta d’insieme compaiono anche figure. Sono i volti che affiorano per accedere al visibile, volti testimoni di stati anteriori, volti portatori di memoria. Dice bene Silvia Cuppini che “Amir Yeke usa la pittura come vaso di memorie”. Memoria di che? In primo luogo memoria della rimozione che occultava il volto stesso, forse anche del divieto religioso di creare effigi. Ma ora, ciò che era nascosto si svela per gradi da un dipinto all’altro, in attesa di un probabile nuovo inabissamento. Precarietà del segno che manifesta e cancella, dolore impresso sul viso dove l’io pone la sua firma. Occhi a cerchio o configurati in nicchie per cominciare, sinopie emergenti a fatica dalle circonvoluzioni dello spazio scenico, prima che d’un tratto la sagoma del viso assuma la propria identità. Ed è quando il contrassegno umano, in realtà mai del tutto emancipato dall’elemento circostante, scopre di essere parte di un tutto. Anzi del Tutto, se è vero che l’ondoso e intricato contesto accenna all’Essere  – il panta rei di Eraclitoreplicando nel dispositivo quell’infinito tappeto o arabesco che la civiltà islamica aveva escogitato per ammorbidire gli effetti dell’aniconicità.
Il filosofo Lévinas afferma che Dio si manifesta nel volto dell’Altro. E qui l’Altro è la luce, luce in cui la creatura si rispecchia. “I corpi” dice il grande illuminato iraniano Sohravardi, “si differenziano l’uno dall’altro a seconda della luce che ricevono o no. La luminosità dei corpi è la loro stessa manifestazione.”
Quando la sorgente appare, il volto sembra restituire un po’ di quella luce primaria. Assorbe il giallo e la luminosità del sole, e l’opera dal titolo “Adorazione” è qui a testimoniarlo. E nello stesso tempo abbozza una supplica, una preghiera, se interpretiamo “adorare” nel senso etimologico, e cioè come rafforzativo del latino orare, pregare. Un aprire se stesso al grande Altro, ma nelle forme di una danza rituale o di una trance. Fino direi allo smarrimento, fino a ignorare tutto della natura del segno e del luogo stesso in cui il segno è tracciato.
Come scrive un altro grande poeta mistico, Rūmī  “Il mio luogo è l’Oltrespazio, il mio segno è il Senza segno”.” (Gilberto Isella)
SCARICA IL TESTO CRITICO DI GILBERTO ISELLA
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